Le ultime vicende di Domenico Piccioli abile ladro di Firenze giustiziato nel 1759

Un ‘piccolo mondo’, per niente noioso, appare dalle pagine di L’Officina delle Notitie fiorentine, manoscritto contenente la cronaca degli avvenimenti di Firenze nel settecento. Fu di certo, tale mondo, effetto di una società governata da particolari leggi ed ebbe come protagonisti le famiglie, gli artigiani, la gente di campagna, i regnanti e i nobili, gli uomini di stato e di chiesa ... e i delinquenti, spesso giustiziati, personaggi caduti anzitempo per i loro delitti, ma meritevoli anch’essi di pietà e di ricordo.
Un anno specifico, il 1759, mostra parte di questo ‘microcosmo’, soprattutto quando il cronista ricorda un abile ladro e il suo giro fiorentino alquanto variopinto. Annota amici, conoscenti, preti spia, ricche ballerine, femmine mantenute, sartine, contrabbandieri, sbirri e bargello, boia e perfino la stagione. Dietro a ognuno di loro si agitano desideri comuni: i gioielli, le argenterie, le vesti sontuose, l’apparire come parte del ceto privilegiato dei gentiluomini e delle dame.
Ambiente non secondario di sfondo fu quello del divertimento e delle rappresentazioni: feste, balli, teatro, musica, corse ‘sportive’ dei palii dei cavalli. Altrettanto apprezzati dai fiorentini furono gli interpreti, come la ballerina Lucrezia Belardi, in auge nel 1759, e della quale non ho trovato che poco altro.
Ma andiamo a trascrivere la leggibile cronaca sul protagonista: Domenico Piccioli impiccato a Porta alla Croce il 15 dicembre 1759.

“Del 1759 il dì 15 dicembre fu impiccato Domenico di Benedetto Piccioli, nativo di fuor di Porta alla Croce [oggi piazza Beccaria], ed aveva un grande e buonissimo parentado [era di buona famiglia, non un delinquente per miseria].
[a lato:] Nativo della Madonna detta del Bocciolino dietro (***) lui.

Questo era ladro famoso, e senza fare scassi entrava per tutto perché le chiavi le fabbricava da sé, e non aveva imparato da nessuno, e quando voleva rubare appostava che i padroni andassero in villa o in altro luogo; e benché munissero di serrami la porta di strada e delle camere, egli penetrava per tutto aprendo ogni e qualunque benché difficilissimo serrame; la portatura sua, ne la sua conversazione, non indiziava che fosse ladro. Onde per non avere arte, servì il principe Craon [Marc de Beauvau, presidente del Consiglio di Reggenza del granducato dal 1737 al 1749] in qualità di lacché [valletto in livrea], dipoi partitosi il detto principe, aperse l’osteria fuor di Porta alla Croce, tenendovi un suo fratello e per Firenze faceva de’ bazzarri [bazar, dei banchi], sì di vendite che di compere, di modo che pareva che campassi di quel che buscossi alla giornata.
Era amico del Bargello e, avanti che seguisse la presura, che fu la notte dopo San Pietro [29 giugno] del 1757, il giorno di San Giovanni [24 giugno] stiede il Bargello in casa sua a veder correre il Palio.

Si scoperse in questa maniera.
Il molto reverendo padre NN, il di cui nome si tace, era un uomo (benché prete sacerdote) che abbadava a’ fatti d’altri e publicamente dicevasi che facesse la spia, e fanno di notte giorno. Ora avvenne che la signora NN Belardi (che esercitava la professione di ballerina e stava di casa in via Pilastri dirimpetto o poco più là al orto del signor Cardinali) [Lucrezia, ballerina nelle rappresentazioni teatrali del Metastasio, forse parente del cantante soprano Giovanni Belardi da Matelica] andò a ballare fuori di Firenze e conducendo seco la madre e il servitore, serrando con buoni serrami la porta di strada, sì come tutti gl’usci di casa.
Il Piccioli, che aveva del entratura [relazione con persona influente] con la Belardi credo che sapesse come si doveva contenere per fare il fatto suo, sì come fece. Ma la disgrazia fece che il prete sopra accennato lo trovò quasi su la piazza di Sant’Ambrogio, [a lato:] lo trovò dopo la mezza notte] con fagotto addosso, e conoscendolo, si parlorno assieme, ma il prete sospettò di quel che era, ond’egli lo preghò a non parlare e perciò il detto Piccioli dava al prete un paolo [moneta d’argento] il giorno.

Ora avvenne che il prete era in cattiva vista a monsignor arcivescovo per la sua mala condotta, tanto più che in quel tempo fece la spia ad un fattore di tabacco forestiero e certo l’aveva fatta buona se non era avvisato per essere stato visto discorrere a questo prete [era stato bravo a non farsi scoprire come spia]. | Onde arrivò gli sbirri ma non trovorno nulla perché il tabacco era sparito. Il padrone del fattore, inteso ciò, prese la pugnia contro del prete andando dal illustrissimo e reverendissimo monsignore Gaetano Incontri arcivescovo di Firenze significandogli il fatto.
L’arcivescovo fece catturare il prete per tenerlo a sua disposizione.
Penuriava allora il prete per essere in carcere [non aveva denaro] e il Piccioli non gli passava più il paolo il giorno. Ond’il prete gli mandava molte imbasciate, ma il Piccioli faceva il sordo pensando che per essere in carcere non gli potesse nocere; il caro prete, veduto che appresso monsignore le raccomandazioni non servivano per la scarcerazione, né che il Piccioli dava nulla, chiamò il Bargello dicendogli:
«Se mi scarcerate, acciò me ne vada di Firenze, vi voglio dare nelle mani un ladro famoso».
Nota che in questo tempo era tornata la signora Belardi e per tutto si sapeva del rubamento, ma non il ladro; anzi Piccioli andò dalla Belardi a dargli il «Mi dispiace ...».

Il Bargello andava procurando la scarcerazione al prete ed intanto con ogni segretezza teneva dietro al Piccioli; anzi per non gli dar sospetto andò in casa del Piccioli con tutta famigliarità il giorno di San Giovanni a veder correre il Palio; la quale casa è quella che è in Borgo la Croce [la via che da piazza Sant’Ambrogio va a piazza Beccaria] allato alla porta che s’entra in convento delle monache di Santa Teresa [le carmelitane scalze, fondato nel 1628, oggi sede dell’Ufficio di esecuzione penale del Ministero di Grazia e Giustizia]. Il Piccioli passava un tanto il giorno ad una femmina, alla quale gli donò un par di manichini [risvolti delle maniche riccamente ornati] ed un fisciù [coprispalle triangolare], ed ella gli aveva dati a una crestaia [sarta] per insaldare e accomodare; ed erano bellissimi.
Si portò il caso che una altra crestaia andò a veder correre il palio di San Piero in casa di questa crestaia che aveva i manichini; o fusse appostamente perché sapevano, che la detta femmina mantenuta dal Piccioli, si serviva da essa. Finalmente i manichini furono dal ospite lodati per la loro bellezza e con bella maniera seppe di chi erano e cavandoglieli dalle mani co’ la strattagemma per volergli mostrare a una dama, che se ne voleva fare un paro, gli portò a mostra al Bargello. [A lato:] Ospite, e quella che andò a veder correre il Palio.
Onde, secondo l’esposto della Belarda, furno riconosciuti, ma poi mandati per la medesima ospite alla crestaia, ed allora seguì la presura di detto Piccioli, che il giorno fatto San Pietro in questo modo: il Bargello lo mandò a chiamare ed egli andò, e doppo alquanto discorso assieme, il Piccioli si voleva partire, e il Bargello gli disse:
«Per stasera bisogna | che rimanghiate qui»; e così restò carcerato.
Fu fatto subito la perquisizione in casa per trovar corpo di delitto e benché ciò facessero più volte, mai non trovorno nulla. Onde vennero alle prove esaminando alcuni suoi amici, sì come il muratore, che aveva murato in casa ove abitava, parimente il legnaiolo, da cui seppero la giustizia di due assiti, cioè due contrapalchi, uno nel luogo comune [latrina] e l’altro in altro sgabuzzino allato al luogo detto, che con bodolina che chiudeva bene e tinto il contrapalco, non dava indizio che sopra vi potesse essere nulla, se non fusse stato indicato da chi sapesse in tal ripostiglio.
Alla fine dopo molte perquisizioni trovorno e apersono le bodoline che chiudevano i contrapalchi, trovandovi gl’abiti della Belardi, argenterie e gioie della medesima; trovandovi ancora da 116 chiavi parte finite e parte attacatovi l’ingegnio e non finite, con alquanti cannoni solamente fabbricati, tre fasci di lime d’Inghilterra di più sorte e per fabbricare dette chiavi, cioè tondarle. Nel cammino vi era murato nelle cantonate due pietre con i canali con alcuno altro stromento perfezionava dette chiavi e le saldava con l’argento; trovornò ancora due palle di argento che una era di libbre 7 e l’altra di libbre 5 salvo, con gioie e anelli, gallone di oro e di argento due palloni con altre rotte diverse.

Filalmente, co’ contesti di altre cose fu sentenziato a morte, ma prima volle la giustizia darli il tormento della corda e questa con la sbarra a’ piedi per cavarli di bocca alcuna cosa, per sapere se ci era complici, o pure quanti furti egli avesse fatto, perché molti furno fatti della medesima specie a diversi, con essere aperto e riserrato e portato via gioie, danari e argenterie. Onde egli mai confessò, né in esame, né nel tormento grande della corda e ben che fusse difeso e messo fuora una scrittura stampata fatta fare con buona spesa dal suo fratello Francesco Piccioli di professione ballerino [coreografo, doc. anni 40 del settecento], il quale era ben visto dalla nobiltà fiorentina, tuttavia non valse nulla, ma gli convenne fare il salto e rimanere attaccato come malfattore che egl’era.
Ma siccome nella sua prigione aveva fatto la confessione generale al molto reverendo padre (***) gesuita, nella notte della sua agonia in cappella volle che il detto padre gli assistesse e chiedendo calamaio, penna e carta, diede in nota al medesimo alcuni che erano stati rubati e non mai scoperto il ladro, acciò egli facesse la carità di notificare a’ medesimi che egli era stato il ladro, chiedendogli perdono per l’amor di Dio.
Onde il detto padre di buon mattino andò da tutti e per ciò fare speditamente gli fu dato il servizio della carrozza, indi ritornato dal pazziente, essendo già l’ora per escir fuora per andare al supplizio; prima però il detto Piccioli aveva voluto dormire, e placidamente aveva dormito con stupor di chi gl’assisteva, come non dovesse toccare a lui il dover morire; su la scala fece il prego chiedendo un pater e un’aveMaria, dicendo: «Non imparate da me», e così restò morto, con tempo piovoso”.

Una nota del manoscritto Nota di diversi delinquenti ... giustiziati all’epoca ricorda che il Piccioli aveva 45 anni, era nativo di San Salvi, che era già stato arrestato due volte, messo nelle segrete, ma che era uscito “ex capite Innocentii”. Dopo il terzo arresto gli era stata “frugata” la casa. Tuttavia non aveva mai confessato e detto che la “roba” l’aveva trovata sulla piazza di Sant’Ambrogio”. Il suo confessore religioso era stato il padre Comelli gesuita.

“Morì volentieri” e “assai bene” – riporta il manoscritto –, per tutta la strada dalla prigione al patibolo si raccomandò a Dio. “Sulla Porta alla Croce disse:
«È tanta grande la mia speranza che il timore della morte non mi spaventa».
Era un giorno di “grandissima pioggia”.

Paola Ircani Menichini, 28 febbraio 2025. Tutti i diritti riservati.




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